Ormai
Lionel Hampton era una leggenda vivente: con la sua morte (a
94 anni) il jazz ha perso praticamente tutti i suoi
protagonisti storici. Lionel lascia il ricordo di una vitalità
eccezionale che, è stato, poi, l' elemento determinante della
sua musica. Forse proprio questa vitalità e la continua
sorpresa suscitata dai suoi concerti hanno fatto dimenticare
che Lionel Hampton è stato un autentico protagonista dell'
epoca classica del jazz, il primo musicista ad utilizzare il
vibrafono come strumento solista nella musica afromericana.
Nato
a Louisville nel Kentucky nel 1908, era cresciuto insieme ai
nonni a Chicago, una delle capitali storiche del jazz. Qui si
era dedicato alla batteria, lo strumento grazie al quale si
avviò sulla carriera professionistica e che con gli anni era
diventato una sorta di 'atout' da utilizzare in chiave
spettacolare durante i suoi concerti. Proprio come batterista
negli anni '20 e '30 ottenne i primi ingaggi professionali con
le formazioni guidate da Vernon Wilkins, Paul Howard e Les
Hite, direttore della «house band» del 'Cotton Club' di Los
Angeles. E proprio qui, negli anni '30, il giovane Lionel fece
l' incontro che cambiò la sua vita: con la band di Le Hite si
trovò ad accompagnare Louis Armstrong, che, dopo averlo
ascoltato al vibrafono lo incitò a dedicarsi a quello
strumento.
Dopo l'incontro con Armstrong, Hampton intraprese la carriera
solista e, nel 1936, durante un ingaggio al Paradise Club si
trovò a suonare in jam session con Benny Goodman, Gene Krupa
e Teddy Wilson. Goodman, che allora era il jazzista più
famoso della scena, rimase talmente colpito dal talento di
Hampton, che lo invitò ad aggiungersi al trio per una serie
di incisioni. Nacque così una collaborazione dalla quale sono
nati alcuni dei dischi più belli della storia del jazz: si
tratta delle registrazioni fatte per la Rca, sul finire degli
anni '30, con piccole formazioni, con Goodman, Wilson, Krupa e
altri solisti della big band.
Si tratta di riletture di celeberrimi standard eseguiti con
eleganza pari allo swing, gioielli che occupano ancora oggi un
ruolo di primo piano nelle collezioni di tutti gli
appassionati. Ma il passo decisivo verso il grande successo fu
compiuto negli anni '40 quando Hampton formò la sua big band
che toccò i suoi vertici espressivi nei due decenni
successivi, grazie all' apporto decisivo di solisti come
Marshall Royal, Illinois Jacquet, Arnett Cobb, Earl Bostic,
Dexyer Gordon, Clifford Brown, Quincy Jones, Art Farmer, Fats
Navarro, Joe Newman, Clark Terry, cantanti come Dinah
Washington, Joe Williams, Betty Carter. Quella big band è
passata alla storia come una delle più travolgenti formazioni
della storia della musica popolare.
Tutti i libri di storia del jazz dedicano almeno una pagina
alla cronaca di quelle esibizioni: gli arrangiamenti erano
invariabilmente basati su un gioco continuo di riff delle
sezioni e su un granitico quattro quarti della ritmica. Ma l'
elemento determinante era l'energia selvaggia sprigionata da
Hampton e dai suoi uomini, un'energia che contaggiava il
pubblico che in più di un' occasione finiva per distruggere i
teatri dove l' orchestra si esibiva. In quella musica si
possono trovare i prodromi del rhythm and blues e alcune
soluzioni adottate poi dai musicisti che resero popolare la
musica nera.
Da allora Hampton ha proseguito l' attività senza sosta,
suonando e incidendo accanto ai solisti più celebri: non si
è mai risparmiato, neanche negli anni più recenti. Ma Lionel
Hampton non è stato soltanto il simbolo dell' energia e dello
swing: è stato un grande solista, un artista che ha
letteralmente inventato uno stile per uno strumento, il
vibrafono, che solo molti anni dopo, grazie a personaggi come
Milt Jackson o Gary Burton, ha conosciuto un ulteriore
sviluppo.
Certamente l' orchestra è stata il suo «strumento»
preferito: ma Hampton, come dimostrano le incisioni con i
piccoli gruppi, era un solista capace di autentiche
sottigliezze stilistiche, un grande interprete di ballad. Non
a caso è sua una delle più belle versioni di «Stardust».