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N° 04/2003

Sciagura nello spazio - Lo shuttle Columbia si disintegra

La scia dello Shuttle al rientro

Sciagura nello spazio

Lo Shuttle Columbia si disintegra  - Bush: "Tutta l'America piange"




(C) Quotidiano Net


WASHINGTON, 1 FEBBRAIO 2003 - Una scia bianca che attraversa il cielo azzurrissimo del Texas, una scia che sussulta, si apre in due, poi s'allarga in una cascata di scie minori, come un fuoco d'artificio tragico. Così, la navetta spaziale Columbia, la più vecchia della flotta Nasa, è oggi andata perduta, mentre, con i suoi sette asutronauti a bordo, stava rientrando sulla Terra dopo una missione di oltre due settimane nello spazio.

Al Centro di controllo della missione, i tecnici non hanno più sentito nulla. Sull'area della tragedia, c'è chi invece ha sentito un botto, chi ha visto cadere frammenti di fuoco. È la più grave tragedia dell'esplorazione spaziale da 17 anni, cioè da quella dello shuttle Challenger, il 28 gennaio 1986 (un anniversario che era stato celebrato in volo, con un minuto di silenzio e un messaggio alle famiglie dei sette astronauti allora scomparsi).

La sciagura ricorda i rischi dell'avventura nello spazio e, certamente, ritarderà i prossimi viaggi. L'impatto sul Paese è enorme: l'America è di nuovo unita, tra angosce e preghiere, davanti alle tv, che danno e ridanno l'immagine di quella scia che si scompone, come l'11 Settembre ripetevano lo schianto degli aerei contro le Torri Gemelle.

La Nasa, l'agenzia spaziale degli Stati Uniti, ha perso i contatti con la Columbia alle 15.00 ora italiana: le 08.00 del mattino a Houston, dove c'è il centro controllo missione; le 09.00, al Kennedy Space Center di Cape Canaveral in Florida, dove lo shuttle doveva atterrare 16 minuti più tardi.

Fino a quel momento, la missione era filata liscia, come non accadeva da tempo: «Un successo», aveva già decretato la Nasa. Il rientro è -era- routine: mai un incidente in quella fase del volo spaziale, per l'astronautica americana; mai un impaccio per le navette, che, pure, hanno margini di manovra ridottissimi (infatti, possono tentare la manovra una sola volta, il pilota non ha margini d'errori).

La partenza era avvenuta in perfetto orario, il 16 gennaio; il rientro stava avvenendo come previsto, senza rinvii: sulla Florida, le condizioni del tempo erano ideali. E i timori per la sicurezza, destate dalla presenza a bordo del primo esploratore spaziale israeliano, il colonnello Ilan Ramon, s'erano ormai dissolti. Restava la soddisfazione per circa 80 esperimenti scientifici condotti a bordo: era la prima volta da tre anni che un volo di uno shuttle era dedicato interamente alla scienza, senza attracco alla Stazione spaziale internazionale e senza compiti di manutenzione del telescopio Hubble.

La trascrizione dell'ultimo scambio di battute tra Houston e la Columbia è piana, come lo era stato tutto il viaggio. La voce del comandante della navetta Dick Husband descrive la traiettoria d'approccio alla Florida, sorvolando il New Mexico e il Texas. C'è una pausa. Dalla Terra, senza allarme, un tecnico dice: «Columbia, qui Houston. Vediamo i vostri messaggi sulla pressione dei pneumatici e non capiamo il vostro ultimo contatto». «Roger», risponde da bordo della navetta ancora Husband. Poi c'è un momento di silenzio, un suono che assomiglia a un "bo" e più nulla.

Il riferimento alla pressione dei pneumatici fa ipotizzare a qualche esperto che ci fosse un problema con il carrello dello shuttle: un'esplosione delle ruote, in quelle condizioni, avrebbe potuto avere tragiche conseguenze. Ma può anche darsi che quel tipo di comunicazione sia consueta. E altre ipotesi sulle cause della tragedia s'intrecciano, senza che ci sia alcuna conferma per nessuna di esse: finora, del resto, non è stata ritrovata la cabina della Columbia, ammesso che abbia resistito al terribile attrito e non si sia consumata come una stella cadente. Rottami vengono ritrovati su un'area del diametro di 180 km, fra più Stati: unità dell'esercito e della guardia nazionale sono mobilitate per il loro recupero, mentre la Nasa avverte il pubblico di non toccarli, perchè potrebbero essere tossici.

Tante le ipotesi delle cause: un errore umano, o un problema tecnico, che ha alterato l'angolo di rientro nell'atmosfera della navetta; o una defaillance delle piastrelle di ceramica che proteggono dall'attrito lo shuttle quando attraversa l'atmosfera - alcune s'erano staccate al momento del decollo, ma non era cosa inconsueta -; o qualcosa che abbia a che fare con l'età del Columbia, che volava da circa 22 anni (primo decollo il 12 aprile 1981), e che stava concludendo la 28.ma missione (un quarto delle 113 complessive della flotta di cinque navette, ormai ridotta a tre dopo la perdita del Challenger nel 1986: restano Atlantis, Discovery, Endeavour). Escluso, invece, l'atto di terrorismo, perchè, a quell'altezza, nessun missile sarebbe arrivato.

S'è capito subito che per i sei americani, fra cui due donne, e l'israeliano a bordo non c'erano più speranze, come non c'erano state per la tragedia di Challenger, avvenuta al decollo, in diretta televisiva. In condizioni come quelle odierne, era escluso che gli astronauti potessero lasciare l'abitacolo o sopravvivere all'impatto.

Prima ancora che l'amministratore della Nasa Sean O'Keefe dichiarasse «perduta» la Columbia e che il presidente George W. Bush riconoscesse che «non ci sono sopravvissuti», le bandiere d'America si sono abbassate a mezz'asta: quella del Kennedy Space Center, accanto all'orologio che segna i conti alla rovescia dei decolli e dei rientri spaziali e che, oggi, è arrivato allo zero senza che lo shuttle si profilasse all'orizzonte della pista, dando a tutti il segno che qualcosa d'irreparabile era accaduto; quella della Casa Bianca, dove il presidente ha voluto tornare da Camp David, dove stava trascorrendo il fine settimana; e tutte le altre, in un rito di dolore collettivo.

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