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N° 05/2004

E' morto Ray Charles, "The Genius"

10.06.2004
S'è spenta la leggenda del soul, è morto Ray Charles
di Giancarlo Susanna




(C) l'Unità


   Una grande voce si è spenta. Al di là degli stili e dei suoni, al di là delle definizioni, quella di Ray Charles è stata una delle poche voci del secolo passato in grado di esprimere la gioia e la sofferenza dell'uomo moderno di fronte alla complessità dell'esistenza. Qualcuno gli rimproverava un eccessivo eclettismo, una disinvoltura fin troppo marcata nel muoversi tra generi musicali distanti. Il suo stile inconfondibile era nella sua voce, che cantasse un pezzo country come I Can't Stop Loving You o una canzone dei Beatles come Yesterday. Qualsiasi voce affrontasse diventava sua.

   Con il segno preciso e doloroso di una sofferenza che si portava dietro fin da bambino. Ad appena quattro anni, già cieco per un glaucoma che i suoi genitori non avevano potuto curare, aveva perso un fratello. A dieci gli era morto il padre e cinque anni dopo, scomparsa anche la madre, era stato mandato in un istituto per sordumuti. Fu lì che cominciò a suonare il piano e questo gli permise, dopo qualche mese, di trovarsi in un lavoro in un'orchestrina. Imitava Nat King Cole e a pensarci, è un paradosso, perché è difficile pensare a due voci più lontane tra loro: una morbida, sensuale, accattivante; l'altra rauca, sofferta, dolente. L'esordio su disco risale al 1948, ma passarono ancora degli anni prima che il suo talento venisse riconosciuto. 

   A scoprirlo fu Ahmet Ertegun, che lo scritturò per la sua Atlantic Records, forse intuendo che proprio questo cantante così particolare sarebbe diventato uno dei simboli della sua etichetta. Nel 1954 Ray si sentì pronto per dar vita alla musica che aveva in mente e chiese alla Atlantic di dargli la possibilità di inciderla. Lavorò negli studi di una stazione radiofonica, fermandosi ogni quarto d'ora per lasciare che venissero mandati in onda i notiziari, ma in quell'occasione prese forma quel suono, quell'approccio alla musica che la critica avrebbe definito soul. Tra le canzoni che Ray Charles ha portato al successo ricordiamo almeno, oltre alla già citata
I Can't Stop Loving You, Georgia On My Mind, What I'd Say, Hit The Road Jack, Unchain My Heart e Let The Good Times Roll. Come ha scritto Lenny Kaye, studioso di musica oltre che chitarrista del Patti Smith Group: «Per Ray, lo spirito che abita le tenebre è gospel e soul, non appartiene a nessuno in particolare e si fa presente solo se vissuto comunitariamente. Con una metafora strana per un cieco, Ray ha più volte paragonato l'anima, il soul, all'elettricità. «Nessuno sa cos'è, ma è una forza in grado di illuminare una stanza». 

   Negli ultimi anni Ray Charles, come tante vecchie glorie della popular music, sembrava costretto a girare il mondo con le sue canzoni in un estremo tentativo di mantenere un contatto con il pubblico. Era sempre più stanco, sempre più lontano dai momenti decisivi della sua lunga carriera, ma l'eredità che ci lascia - che lascia ai tanti cantanti che lo hanno scelto come maestro e lo hanno imitato - è nella passione e nella verità che sapeva instillare in ogni nota della sua musica. Ray Charles non c'è più, ma i suoi dischi mantengono intatta la loro bellezza. Come sottolinea ancora Lenny Kaye, «Non si può classificarlo come semplice pianista jazz, né come cantante rock o urlatore di gospel blues, o artista soul» e se c'è un'ultima, importante lezione che possiamo apprendere dalla musica di Ray Charles è che le barriere, le etichette e gli schemi lasciano il tempo che trovano di fronte a una manifestazione così alta di quella che possiamo semplicemente chiamare arte. Un'arte che non ha molto a che fare con le accademie e le scuole, ma che forse proprio per questo ha il respiro profondo della nostra esistenza quotidiana.
 
   Per la cronaca, si è spento a 73 anni per una grave malattia di fegato. Nella sua casa di Beverly Hills, gli sono stati accanto fino all’ultimo amici e parenti.

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