Una grande voce si è spenta. Al di là degli stili e dei
suoni, al di là delle definizioni, quella di Ray Charles
è stata una delle poche voci del secolo passato in grado
di esprimere la gioia e la sofferenza dell'uomo moderno di
fronte alla complessità dell'esistenza. Qualcuno gli
rimproverava un eccessivo eclettismo, una disinvoltura fin
troppo marcata nel muoversi tra generi musicali distanti.
Il suo stile inconfondibile era nella sua voce, che
cantasse un pezzo country come I
Can't Stop Loving You
o una canzone dei Beatles come Yesterday.
Qualsiasi voce affrontasse diventava sua.
Con il segno preciso e doloroso di una
sofferenza che si portava dietro fin da bambino. Ad appena
quattro anni, già cieco per un glaucoma che i suoi
genitori non avevano potuto curare, aveva perso un
fratello. A dieci gli era morto il padre e cinque anni
dopo, scomparsa anche la madre, era stato mandato in un
istituto per sordumuti. Fu lì che cominciò a suonare il
piano e questo gli permise, dopo qualche mese, di trovarsi
in un lavoro in un'orchestrina. Imitava Nat King Cole e a
pensarci, è un paradosso, perché è difficile pensare a
due voci più lontane tra loro: una morbida, sensuale,
accattivante; l'altra rauca, sofferta, dolente. L'esordio
su disco risale al 1948, ma passarono ancora degli anni
prima che il suo talento venisse riconosciuto.
A scoprirlo fu Ahmet Ertegun, che lo scritturò
per la sua Atlantic Records, forse intuendo che proprio
questo cantante così particolare sarebbe diventato uno
dei simboli della sua etichetta. Nel 1954 Ray si sentì
pronto per dar vita alla musica che aveva in mente e
chiese alla Atlantic di dargli la possibilità di
inciderla. Lavorò negli studi di una stazione
radiofonica, fermandosi ogni quarto d'ora per lasciare che
venissero mandati in onda i notiziari, ma in
quell'occasione prese forma quel suono, quell'approccio
alla musica che la critica avrebbe definito soul. Tra le
canzoni che Ray Charles ha portato al successo ricordiamo
almeno, oltre alla già citata I
Can't Stop Loving You,
Georgia
On My Mind,
What
I'd Say,
Hit
The Road Jack,
Unchain
My Heart
e
Let The Good Times Roll.
Come ha scritto Lenny Kaye, studioso di musica oltre che
chitarrista del Patti Smith Group: «Per Ray, lo
spirito che abita le tenebre è gospel e soul, non
appartiene a nessuno in particolare e si fa presente solo
se vissuto comunitariamente. Con una metafora strana per
un cieco, Ray ha più volte paragonato l'anima, il soul,
all'elettricità. «Nessuno sa cos'è, ma è una forza in
grado di illuminare una stanza».
Negli ultimi anni Ray Charles, come tante
vecchie glorie della popular music, sembrava costretto a
girare il mondo con le sue canzoni in un estremo tentativo
di mantenere un contatto con il pubblico. Era sempre più
stanco, sempre più lontano dai momenti decisivi della sua
lunga carriera, ma l'eredità che ci lascia - che lascia
ai tanti cantanti che lo hanno scelto come maestro e lo
hanno imitato - è nella passione e nella verità che
sapeva instillare in ogni nota della sua musica. Ray
Charles non c'è più, ma i suoi dischi mantengono intatta
la loro bellezza. Come sottolinea ancora Lenny Kaye, «Non
si può classificarlo come semplice pianista jazz, né
come cantante rock o urlatore di gospel blues, o artista
soul» e se c'è un'ultima, importante lezione che
possiamo apprendere dalla musica di Ray Charles è che le
barriere, le etichette e gli schemi lasciano il tempo che
trovano di fronte a una manifestazione così alta di
quella che possiamo semplicemente chiamare arte. Un'arte
che non ha molto a che fare con le accademie e le scuole,
ma che forse proprio per questo ha il respiro profondo
della nostra esistenza quotidiana.
Per la cronaca, si è spento a 73 anni per
una grave malattia di fegato. Nella sua casa di Beverly
Hills, gli sono stati accanto fino all’ultimo amici e
parenti. |
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